LA STORIA DELLA CANAPA DI MONTEFALCO
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LA STORIA DELLA CANAPA DI MONTEFALCO

Crèlia (Angela Cappelletti 1866-1949), che fila la stoppa, je ncènne (gli accende/gli brucia) la vocca (bocca) non pole filà (non può filare). Inizia così il capitolo dedicato alla canapa, sul libro scritto dal Prof. Luigi Gambacurta “Montefalco: la terra e la memoria”. I contadini delle nostre campagne, destinavano circa 3000 metri di terreno alla semina della canapa (le canapine), pianta tessile che alimentava…

un artigianato domestico rivolto a soddisfare le esigenze di ogni famiglia di poter filare a mano, tessere al telaio e confezionare in casa gran parte del corredo e del vestiario. Dopo la semina, per allontanare gli uccelli, i terreni venivano piantona4 da pali di legno incrociata, riveste ed infago Non di rado erano i ragazzi della famiglia contadina a sorvegliare e a scacciare gli uccelli attirati sopratutto durante la mietitura, le piante della canapa venivano estirpate per non lasciare nel terreno le sue lunghe radici. Si carpivano prima le piante maschili, più alte e prive di semi, poi quelle femmina più basse e robuste, per favorire una completa maturazione del seme. Una volta carpite, si raccoglievano in mazzi, si disponevano a formare dei capannelli e si lasciavano asciugare bene al sole. Le piante femmina completate le operazioni di recupero dei semi, i fasci di canapa venivano immersi in stagni (li vurghi) scavata in prossimità delle fonte o nei fiumi del piano, lasciandoli macerare nell’acqua per circa 20 giorni. La macerazione era ancora più efficace se, negli stagni si aggiungeva lo sterco di piccione.

Ogni ma$na era necessario controllare che i fasci non fossero affiora4, provvedendo ad affondarli con dei carichi oppure legandoli.
Quando le par4 fibrose delle pian4ne cominciavano a separarsi dalla parte legnosa (le cannucce), si toglievano i fasci dall’acqua, si sciacquavano in acqua corrente per eliminare ogni impurità e si disponevano all’aperto in tan4 capannelli, così restando finché non diventavano bene asciutto e secchi. Nel corso del 1800, in tu$ i territori dei Comuni sogge$ al Governo Pon4ficio, si proibì di scavare fossi e stagni in prossimità delle fon4 al fine di macerare la canapa. Uno di questo divieto riguardò nel 1827 gli stagni scava4 presso tu<e tu<e le fon4 di Turrita, frazione di Montefalco. La maggior parte dei contadini Montefalchesi, abitando a distanza dai fiumi della pianura, si trovò nella necessità di disa<endere le norme restri$ve imposte dai Governatori Pontifici al fine di evitare l’inquinamento delle acque so<errane. Gli stagni e le vasche venivano, inoltre, u4lizzate per abbeverare le bes4e durante l’invero o per fare il primo lavaggio della biancheria. Fu un continuo braccio di ferro tra le istuzioni, volte a garantire la potabilità dell’acqua delle fon4 e i contadini, costretti ad arrangiarsi scavando di nascosto vasche e stagni. Venne disciplinata a suon di Notificazioni anche la macerazione nelle acque fluviali, limitandola per un periodo di tempo annualmente così precisato o ribadito: La macerazione delle canape è permessa soltanto ne la formella dal Ponte de la Torre di Bernabò fino a la confluenza dell’Alveo dal presente giorno (19 Agosto 1829) a tuFo il 20 seFembre prossimo. In tuF’altri luoghi la macerazione è assolutamente proibita ed i contravventori cadranno nelle pene stabilite. Il Canapaio (lu canaparu o lu stoppacciaru, nel 1500/1600 stoppacciòlu) era un contadino che aveva appreso ed ereditato dalla famiglia di appartenenza il mes4ere e gli a<rezzi necessari per la preparazione delle fibre tessili della canapa. Tra la fine del 1500 e gli inizi del 1600 una famiglia contadina di Casale di Montefalco assunse il soprannome di Stoppacciòlo, successivamente acquisito come cognome Stoppaccioli, per la pratica di lavorare la stoppa su richiesta delle famiglie sia di campagna che di paese.

Quando veniva chiamato, il canapaio legava al mulo o all’asino il carrello su cui caricava il batti canapa (la maciora o lamacìcula), l’ammaccatoio (l’ammaccaturu), la scotola (la squatòcchja) per la prima acciaccatura delle piante. Il suo lavoro iniziava con il percuotere con la scotola le piante adagiate sull’ammaccatoio e poi con il pestarle con il batti canapa. In questa fase venivano eliminate le par4 legnose (li cannucci), che erano accantonate e conservate per bruciare le setole delle co4che di maiale appena macellato. Le fibre tessili si raccoglievano in fezze da pettinare sugli apposi4 pettini sedendo solitamente a cavalcioni sopra una panca. Le parti fibrose più minute, che cadevano durante la pe$natura (la spelatura), insieme alle fibre di seconda scelta, erano usate per confezionare sacchi e coglitoi (li cujjituri). Le fibre più rozze (lu vòzzu) erano des4nate alla preparazione delle corde e delle funi, mentre la fibra che rimaneva in mano dopo la pettinatura, era quella di maggiore qualità (lu nògghju). I pettinati di canapa di prima scelta si attorcigliavano e si conservavano nelle cassapanche in attesa di essere ridotti in filo dalle abili mani delle donne più anziane con l’aiuto del fuso o della conocchia o del filatoio (lu filarélu). Il filo di canapa prendeva il nome dialettale di accia. Termina così il capitolo dedicato alla canapa a Montefalco; orgogliosi di aver riportato nel nostro Comune questa millenaria coltura/cultura e fiduciosi di poter scrivere le pagine a venire